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La misericordia in atto 
Testimonianze
39a Convocazione nazionale RnS - Clicca per ingrandire...

Nella sessione dedicata alle testimonianze, al centro dell’attenzione sono alcune delle tante opere di misericordia realizzate nelle regioni dai gruppi del RnS, su invito del Comitato nazionale, per vivere il Giubileo della misericordia nelle periferie, come auspicato da Papa Francesco. Un caleidoscopio che ci restituisce l’immagine di un Rinnovamento vivo, carismatico, in azione.

 

Visitare gli infermi

Testimonianza dei fratelli del Lazio

All’inizio era un gruppetto di 5 fratelli provenienti da luoghi diversi della città che si ritrovavano nella cappella dell’Ospedale Sant’Andrea di Roma con lo stesso desiderio: rispondere alla chiamata del Signore che chiedeva di realizzare in quel luogo un nuovo gruppo del Rinnovamento nello Spirito Santo. Alla base di tutto c’era una profezia chiara: «Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando e annunciando il Vangelo, guarendo ogni sorta di malattia e infermità» (Mc 4, 23).

Così dal novembre del 2013 a oggi, lo Spirito Santo ha costituito una piccola comunità che con fedeltà ha portato avanti la missione ricevuta: ogni prima domenica del mese, dopo la Celebrazione eucaristica, a due a due percorrono i reparti di degenza per visitare chi è nella sofferenza. Con delicatezza avvicinano i malati, si interessano della loro storia e pregano insieme a loro. Lodano e invocano lo Spirito Santo che si effonde su tante sofferenze, paure e solitudini. Grazie al servizio dei ministri straordinari dell’Eucaristia che li accompagnano, hanno potuto vedere tanti cuori toccati dalla Grazia. E se si fanno vicini a fratelli che non possono riceve Gesù Eucaristia, possono comunque stabilire con loro una comunione spirituale mediante la preghiera, che porta sempre amore, gioia e pace. In questo giubileo della misericordia “visitare gli infermi” è proprio l’opera di misericordia che il RnS ha affidato alla regione Lazio; altri gruppi della regione si stanno unendo in questa missione.

«Incontrare le sofferenze può essere difficile e può generare un senso di rifiuto, ma noi testimoniamo che ogni domenica, tornando a casa dalla nostra missione, portiamo nel cuore pace, tenerezza, un rinnovato desiderio di pregare e di seguire Gesù vivo» raccontano, ricordando che «Egli ha preso su di sé le nostre infermità, si è caricato delle nostre malattie» (cf Is 53).

Anna Pugliese

 

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Nella debolezza ho conosciuto la misericordia di Dio

Testimonianza di Abramo

«Vengo da una modesta famiglia del Senegal. Rimasto orfano, mio fratello e mia sorella mi hanno educato con i valori del coraggio, del rispetto, della solidarietà, della fede. Sono queste le prime parole della testimonianza di Abramo Sylla, emigrato africano in cerca di lavoro…

Laureato in scienze economiche e sociali, si è sposato e ha avuto tre figli. Parla cinque lingue e ha sempre creduto di dover essere lui l’attore principale del suo futuro. «Il mio cammino migratorio è partito da un’offerta di lavoro a Parigi – ha raccontato -: ero la testimonianza che un africano, emigrato alla ricerca di un lavoro, può farcela senza vivere di espedienti giornalieri, spesso mal visto e mal sopportato dagli altri, denigrato nella sua dignità».

Poi nel 2009 la crisi e la recessione gli portano via il lavoro e si ritrova senza nulla. «Dopo mille peripezie mi ritrovo in Calabria, a Rosarno, dove centinaia di giovani, provenienti da diversi Paesi d’Africa, sopravvivono ogni giorno in condizioni di estrema povertà, senza lavoro, senza possibilità di integrarsi. Anche in mezzo all’inferno dell’abbandono, Dio non mi ha mai fatto perdere la speranza di una vita giusta». A Rosarno conosce l’amicizia, prima di don Roberto e poi di Salvatore Martinez, che lo aiuta a sentirsi utile per se stesso e per gli altri, invitandolo a Caltagirone, presso il Fondo Sturzo, per divenire operatore in un gruppo composto da detenuti, ex-detenuti e immigrati africani che vivono un cammino di redenzione spirituale, morale e familiare. «Dopo questa prima esperienza Salvatore mi ha affidato la mansione di mediatore culturale e linguistico nel Centro di accoglienza per minori immigrati ad Aidone (EN)».

Favorire la convivenza di ragazzi cristiani e musulmani, che parlano diverse lingue e dialetti, è un lavoro delicato e difficile, ma quanto è bello vedere il frutto della giustizia in un mondo che non favorisce la riconciliazione e la fraternità. Ha così trovato “18 figli” e anche attraverso il suo “sì”, altri operatori e professionisti italiani possono lavorare in Sicilia. «Ho imparato che la vera forza la si conosce quando si è deboli, attraverso la misericordia di Dio che, anche questa mattina, non si è dimenticato di svegliarci. Non dobbiamo dimenticare di lodarlo e di pregarlo.

Sandro Gallo

 

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Marcella Reni, membro di CNS per l’area carismatica e presidente dell’Associazione Prison Fellowship Italia (PFIt), ha presentato alcuni dei progetti che caratterizzano l’Associazione e introdotto la testimonianza di Roberto, detenuto condannato a “fine pena mai” nel Carcere di Opera di Milano. Vicino a lui, Elisabetta, una vittima alla quale hanno ucciso il figlio, e Davide, un altro detenuto del Carcere di Opera che ha aderito all’ultimo progetto Sicomoro nel 2015.

 

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Roberto (che ha partecipato al primo Progetto Sicomoro) ha raccontato il suo percorso di vita e l’esperienza con il Progetto Sicomoro. Accusato per reati di mafia e omicidi, e condannato all’ergastolo, la sua vita cambia radicalmente dopo il primo incontro con le vittime di reati analoghi a quelli da lui commessi. Il suo cuore prende coscienza del dolore procurato ai familiari delle vittime e alla sua famiglia, una ferita aperta che continua a sanguinare. «Mi sono ritrovato – ha raccontato Roberto - mano nella mano in un cerchio formato da parenti di vittime e carnefici di mafia… il Progetto Sicomoro mi ha fatto capire, attraverso una rielaborazione della mia adolescenza di essere stato vittima anch’io. Infatti, nel 1984 mio padre fu ucciso per un errore di persona. Da anni ho l’onore di andare nelle scuole e di portare la mia esperienza negativa di vita affinché i giovani comprendano il più possibile i danni che si creano e che segnano indelebilmente la società».

 

Davide si “imbatte” nel Progetto Sicomoro pochi mesi fa, per caso: «Sono un detenuto del Carcere di Opera. All’improvviso mi propongono di fare un incontro con vittime di reato». Poi, Davide sottolinea di nuovo che lui, invece, è “un autore di reato”, quasi ad amplificare quell’abisso che lo divide da chi ha perso un proprio caro o ha subito una violenza. Lui decide di partecipare. «Tra queste persone c’era Elisabetta, molto carica di rancore – ha detto Davide ricordando la sua esperienza durante il Progetto -. Ci siamo “stuzzicati” un po’ e a un certo punto mi sono reso conto che davanti non avevo una persona che era lì per giudicarmi ma una madre che aveva perso suo figlio. E in questo momento succede una cosa inaspettata… Riassumendo, il significato che do io al Sicomoro è la scoperta che la libertà non è una condizione fisica ma una condizione mentale».

 

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Anche Arnoldo Mondadori ha intrapreso un Progetto del tutto speciale che risponde pienamente all’opera di Misericordia “visitare i carcerati”.  Quando aveva 9 anni, durante una celebrazione, Arnoldo sente nel cuore una domanda: “Da dove viene questo Pane speciale?”. «Sentii chiara – dice Arnoldo nel suo racconto - una voce che mi disse: «Questo Pane viene dal Cielo». Da allora, Arnoldo Mondadori, ogni volta che è davanti un Tabernacolo o che si accosta all’Eucaristia, è pienamente convinto  che nell’Eucarestia c’è tutta la bellezza e la pace». Così Arnoldo sente nel cuore il bisogno di esprimere questa Bellezza attraverso qualcosa di semplice ma allo stesso tempo straordinario. Nasce così l’idea di «mettere su un laboratorio di ostie fatte da mani che avessero commesso un delitto ma poi trasformate e portate al Papa». Grazie al direttore del Carcere di Opera e all’operosità di tre detenuti, questo sogno è diventato realtà e il 15 maggio, giorno di Pentecoste, le ostie realizzate dai detenuti saranno consacrate da Papa Francesco.

 

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Giacinto Siciliano, direttore del Carcere di Alta sicurezza milanese, avrebbe voluto dire molto di più ma il tempo non gliel’ha permesso. Basta ascoltare la sua testimonianza sulla scelta dei detenuti che hanno partecipato al Progetto per capire l’intensità di questo percorso di riconciliazione e perdono: «Li abbiamo guardati negli occhi, abbiamo scelto e abbiamo quasi imposto un qualcosa che nessuno aveva chiesto. È stato difficile, è stato pesante, abbiamo visto muri, contrasti, paure, e poi abbiamo visto crollare tutto quanto…». Nessuna promessa e nessuno sconto di pena; solo la capacità di saper perdonare e di perdonare se stessi. «Io credo che qualcosa sia cambiato – ha aggiunto Siciliano - e voglio testimoniare quanto questo cambiamento sia incredibile per le persone detenute che lo hanno vissuto, facendo pace con se stesse; è incredibile anche per le vittime che sono entrate nel carcere e forse hanno trovato pace e serenità; ed è incredibile, ve lo assicuro, anche per la struttura e l’Istituzione perché assistere a questo cambiamento, a questo miracolo, ti dà la forza di cambiare completamente l’approccio alla vita e al carcere».

 

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Elisabetta, a cui è stato ucciso il figlio e che ha partecipato al PS come vittima, ha sottolineato gli effetti positivi e salvifici di questo Progetto. «Ho ricevuto molto di più di quello che ho dato».

Daniela Di Domenico

 

 

 

 

 

Un sogno divenuto realtà: le Tende della misericordia

La testimonianza di don Lorenzo Fontana

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La testimonianza di don Lorenzo Fontana comincia con un’idea, un sogno che in poco tempo, in maniera inaspettata, diventa realtà. L’idea è quella di Salvatore Martinez di realizzare, in quest’Anno giubilare, delle “Tende della misericordia” in tutte le città d’Italia, dove poter esercitare il sacramento della confessione. Il sogno è quello di don Lorenzo, salesiano e coordinatore di gruppo di Verona. L’idea viene subito accolta in modo positivo dal Vescovo che ne incoraggia la realizzazione. Ma ci vuole anche il consenso delle Autorità civili. Anche il Sindaco, Flavio Tosi, si dimostra favorevole. La montagna da superare sembra essere il Sovraintendente: secondo le parole del Sindaco, non avrebbe mai accettato i tempi e la piazza previsti per l’allestimento delle Tende. «Ci vuole un miracolo – dice il Sindaco». Ma «le cose volute dal Signore le porta avanti Lui, nel suo stile inconfondibile», risponde don Lorenzo proseguendo la testimonianza.

Infatti, anche il Sovraintendente accoglie la proposta e in Piazza Bra, una delle più belle di Verona, viene allestita una tenda di 200 mq. Intanto il Vescovo aveva già dato il consenso per aprire una nuova Porta santa nella tenda. In occasione dell’apertura, la Tenda non riesce a contenere il gran numero di fedeli affluiti. «Il Vescovo era commosso, non entravamo tutti, e così fu per tutti i giorni», racconta ancora don Lorenzo. Anche i giornali e le tv locali hanno dato grande risalto all’evento. «I sacerdoti confessavano fino a tardi, sovente in varie lingue. La gente non voleva che finisse. La presenza fortissima di Gesù ha toccato tanti cuori» e continua a dispensare grazie a chiunque si rivolge a Lui.

 

LE NOSTRE “SENTINELLE DELLA MISERICORDIA”

 

Strumenti del Suo amore

La testimonianza di Pasquale

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«Mi chiamo Pasquale, vengo dalla diocesi di Crotone-Santa Severina e sono referente RnS per i giovani. Ad agosto il Comitato diocesano mi ha chiesto di invitare i ragazzi a partecipare ad “EstateEvangelizzando” di Pescara». Comincia così la testimonianza di Pasquale che si ritrova a “reclutare ragazzi” in un luogo dove, inizialmente, sembra che non ci siano giovani innamorati di Cristo. «Non sapevo chi contattare – spiega Pasquale - ma chiesi alla mia comunità di pregare per me e Gesù ci donò una Parola che non lasciava dubbi: “Voce di uno che grida nel deserto, preparate le vie del Signore” (Mt 3, 3). Con questa esortazione, Pasquale si mette alla ricerca e raduna 10 ragazzi con cui partire per Pescara.

«Demmo inizio così – ricorda ancora Pasquale - a incontri di preghiera settimanali che chiamammo “La Capanna di Davide” in cui i ragazzi di comunità diverse potevano incontrarsi per pregare e condividere l’esperienza dell’amore di Gesù». Nel frattempo, nel vicino paese di Isola Capo Rizzuto il Signore stava suscitando qualcosa di simile: si formò un gruppo con molti ragazzi. Con loro «organizzammo un incontro diocesano al quale parteciparono una sessantina di ragazzi. Era la prima volta. Facemmo in quel giorno esperienza dell’amore e della dolcezza di Dio. Ai piedi di Gesù Eucarestia sperimentammo cos’è la misericordia: al termine della giornata quasi tutti i giovani, senza nessuna esortazione, rimasero a confessarsi! I loro volti iniziavano a cambiare. I nostri gruppi crescevano nel numero, ma soprattutto in gioia e amore». Mancavano però i giovani di Cirò Marina. Pasquale contatta allora i coordinatori di quei gruppi e organizza un incontro, grazie anche all’aiuto di Teresa, che ha da poco perso il figlio diciottenne a causa di un incidente stradale.

«Fu quello il primo memorial al quale parteciparono tutti gli amici di Giuseppe, il figlio di Teresa. Erano tantissimi e noi eravamo abbastanza terrorizzati, ma lo Spirito Santo ci diede forza e sapienza e riuscimmo a coinvolgerli… Nacque il terzo gruppo de La Capanna di Davide proprio a Cirò Marina al quale da subito lo Spirito Santo ha donato forza evangelizzatrice. Alcuni amici di Giuseppe oggi sono qui per la prima volta a Rimini».

All’evangelizzazione dei giovani, Pasquale ha aggiunto anche quella “degli ultimi”. Ad aprile «ci siamo recati in un centro di recupero per tossicodipendenti e abbiamo pregato con loro. Il direttore del centro ha espresso il desiderio di incontrarci ancora e spesso e noi non mancheremo. In questi mesi Gesù ci ha dato di vivere la bellezza e la gioia di diventare strumenti della Sua misericordia, incontrando ragazzi con serie difficoltà».

Sintesi di Daniela Di Domenico

 

Guidati dallo Spirito

La testimonianza di Fabrizia e Nicola

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Fabrizia testimonia una bella scelta fatta dai giovani di Napoli, lo scorso 11 marzo nella chiesa di San Michele Arcangelo: riconoscere Gesù come Signore per scendere poi in piazza ed essere “sentinelle” lasciandosi guidare dallo Spirito Santo. Dopo aver accolto Gesù Eucaristia e aver invocato la potenza dello Spirito, i ragazzi hanno ricevuto una croce, simbolo di ciò che andavano ad annunciare. A due a due si sono messi in cerca dei “figli perduti”, per portare loro misericordia e condurli ai piedi di Gesù. Nonostante il clima rigido e l’indifferenza di molti giovani all’annuncio, hanno perseverato: «Ne abbiamo ritrovati tanti – ha detto Fabrizia -, dopo, all’interno della Chiesa, mentre si confessavano o ai piedi di Gesù. E tornando a casa a conclusione della giornata nel cuore di tutti c’era un solo grido: “Gesù è il Signore”».

«Domenica 17 aprile – racconta Nicola - noi giovani ci siamo divisi in due strutture: una casa di accoglienza per anziani e una struttura per disabili», così a Giugliano, insieme, si sono fatti dono per portare a chi è nella fragilità e nella sofferenza l’esperienza dell’amore di Dio e la gioia dei canti e della lode. I ragazzi si sono messi in ascolto di tante storie, ma hanno raccontato anche le loro. Insieme, poi, hanno potuto realizzare un piccolo desiderio degli ospiti delle strutture: mangiare fuori, all’aperto, sull’erba. Ancora hanno potuto ascoltare molte esperienze di vita quotidiana. Storie che hanno loro trasmesso speranza, gioia e amore. Insomma ha detto infine Nicola: «Eravamo andati per portare gioia e abbiamo ricevuto molto di più.

 

Servi della misericordia

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Elisa porta la testimonianza dei giovani del Piemonte riguardo ad alcune opere di misericordia.

I opera di misericordia. I ragazzi della diocesi di Torino, che s’incontrano mensilmente per pregare insieme e condividere la propria fede, in questo anno hanno voluto dare un senso giubilare all’iniziativa. Provocati da una sorella di cammino ricoverata in ospedale per un incidente, si sono ritrovati, nella cappella del nosocomio, a fare intercessione davanti al Santissimo per la salute di tutti i malati. «Straordinariamente – dice – la piccola Chiesa si è riempita di giovani, anziani e parenti dei ricoverati», molti dei quali, senza sapere chi questi ragazzi fossero o da dove venissero, hanno accolto con gioia e commozione l’iniziativa.

II opera di misericordia. In altro gruppo di giovani torinesi è nato il desiderio di impegnarsi nell’opera di misericordia corporale: dar da mangiare agli affamati. Insieme hanno preparato panini e bottigliette di acqua. «Passeggiando a due a due per le vie del centro, offrivamo ai senzatetto ciò che portavamo con noi, fermandoci a chiacchierare o a dire una semplice preghiera con loro». I giovani sono rimasti profondamente colpiti dalle storie di vita di queste persone, «vite segnate e volti che parlavano del loro bisogno di amore».

III opera di misericordia. I ragazzi della diocesi di Saluzzo hanno voluto essere sentinelle di misericordia. «Abbiamo deciso di rimboccarci le maniche. Ci siamo messi a cercare nei nostri armadi i vestiti più belli che non usiamo più per donarli a un’associazione». Questo gesto li ha aiutati a riflettere su quanto sia necessario svestirsi di tutto il superfluo che c’è anche nella loro giovane vita. L’impegno che ne è nato è di continuare la raccolta di vestiti e giocattoli «andando a cercare non solo nelle nostre case, ma in quelle dei vicini, di amici e parenti».

Sintesi di Elena Dreoni 

(24.04.2016)