Tempi - 24 febbraio
2011
Non c'è
pace senza perdono
(PDF)
Avvenire - 13 febbraio
2011
Vittime e carnefici ora
scoprono di potersi parlare (PDF)
Il Sole 24 ore - 12
febbraio 2011
Con il progetto Sicomoro detenuti e familiari delle vittime uniti nel
nome della «giustizia riparativa»
Famiglia Cristiana -10
febbraio 2011
Quando
Abele ritrova Caino (PDF)
Radio Vaticana -10
febbraio 2011
Detenuti e vittime: esperienza di incontro nel carcere di Opera a Milano
“Tra giustizia riparativa e misure alternative”: è il titolo del
convegno che si terrà domani pomeriggio a Milano per fare il punto
sull’esperienza particolare vissuta nella Casa di reclusione di Opera,
nei pressi di Milano, con il progetto Sicomoro. Si tratta
dell’iniziativa promossa dall’Associazione Prison Fellowship che fa
incontrare detenuti e vittime di reati simili a quelli commessi da quei
detenuti. Un’esperienza forte e significativa già portata avanti in 117
Paesi e approdata in Italia per la prima volta. Fausta Speranza ne ha
parlato con la presidente di Prison Fellowship Italia Marcella Reni, che
è anche responsabile nazionale del movimento Rinnovamento dello Spirito:
R. – Noi mettiamo insieme le vittime ed i detenuti. Ad Opera, nel primo
progetto sperimentato di detenuti con crimini piuttosto significativi,
con reati di omicidio, pluri-ergastolani, abbiamo messo a confronto
delle vittime di reati connessi. Si tratta quindi di sorelle, mamme,
papà a cui erano stati uccisi dei parenti dalla mafia, dalla
‘ndrangheta, dalla criminalità. Non da quei detenuti ma da altri. In
questa maniera, il detenuto prende consapevolezza del tipo di danno che
ha commesso, non soltanto dell’eliminazione fisica di un uomo ma anche
della sofferenza causata alla famiglia, della difficoltà, della crisi
spesso economica e delle crisi psichiche causate alle sorelle, ai
parenti, ai nipoti. Quando il detenuto si rende conto del grande dolore
che ha causato, è vero che non può far tornare in vita la persona che ha
ucciso ma, in qualche maniera, può riparare nei confronti della famiglia
e della società.
D. – Nella vostra esperienza la conoscenza del volto delle persone che
hanno sofferto per delle azioni compiute ha portato davvero ad una
revisione di se stessi, di quello che si è fatto?
R. – I risultati sono eccellenti su tutti e sette i detenuti, i quali
hanno dimostrato cambiamenti significativi testimoniati dagli educatori
e dalle persone che li stanno seguendo. Ma dico di più: i cambiamenti
significativi li ho visti con i miei occhi sulle vittime. Uno di loro in
modo particolare, chiuso nel suo rancore, è un uomo rinato, che
nell’ultimo incontro testimoniava a vittime e detenuti presenti: “Ho
trovato la pace nel cuore” e ci ha invitati a far partecipare le figlie
e la moglie ai prossimi progetti Sicomoro.
D. – Però è difficile avvicinare le vittime e chiedere di fare questo
per delle persone che le hanno private del bene più grande, delle
persone care…
R. – E’ estremamente difficile. La ricerca più difficile, per portare
avanti questo progetto, non è stata quella dei detenuti ma quella delle
vittime. Però devo dire che anche i risultati più belli li abbiamo visti
proprio sulle vittime. Una ragazza che ha seguito il nostro percorso,
23enne, calabrese, cui hanno ucciso un fratello 18enne per una
ritorsione nei confronti del padre, che si rifiutava di pagare una
tangente, ecco, questa ragazza l’ultimo giorno ha scritto una lettera ai
detenuti dicendo: “Incredibilmente mi mancate. Tra me e voi sono cadute
le barriere. Allora, se questo è possibile nel dialogo, voglio sognare
un mondo più giusto".
D. – Questo è stato un progetto pilota. Ora porterete l'esperienza in
diversi istituti penitenziari d’Italia?
R. – Sì, perché dopo Opera partiremo – sono già state selezionate
vittime e detenuti – per il carcere di Rieti e di Poggioreale. E poi
abbiamo formato i volontari per cominciare una selezione anche per il
carcere di Palermo, l’Ucciardone.
D. – Che cosa chiedete alle strutture carcerarie? Sicuramente ci vuole
cooperazione da parte degli istituti…
R. – Gli istituti devono semplicemente mettere a disposizione una stanza
per un percorso di otto settimane ed accogliere i volontari della nostra
associazione Prison – che poi sono due, tre, non di più – che entrano
ogni settimana per seguire questo percorso. Niente di più, solo questo.
D. – E per la formazione di coloro che devono portare avanti questo
progetto? Non è facile parlare ai detenuti ma neanche parlare alle
vittime…
R. – Per un anno intero abbiamo fatto cinque corsi di formazione ai
nostri volontari, che sono circa 100. Non richiediamo particolari
competenze. Certo, per la maggior parte sono uomini e donne di legge o
psicoterapeuti, educatori o assistenti sociali che si sono presentati
per l’interesse ad agire nel mondo carcerario, ma non è strettamente
richiesto, perché il percorso del progetto Sicomoro di suo è ben
strutturato per preparare. (vv)