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Fasciare le piaghe dei cuori spezzati 
Simposio sul tema: "Evangelizzare attraverso l'accoglienza e l'accompagnamento dei sofferenti"
Conferenza Nazionale Animatori 2012 - Amabile Guzzo - Clicca per ingrandire...

Accogliere e accompagnare i sofferenti fa parte della missione realizzata da Gesù per opera dello Spirito Santo, come profetizzato da Isaia: «Il Signore mi ha mandato a fasciare le piaghe dei cuori spezzati» (cf Is 61, 1). È con questo riferimento che Amabile Guzzo, membro di CNS, introduce la sua relazione sul tema del simposio.

Ogni cristiano partecipa alla missione di Cristo, secondo la parola: «chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi» (Gv 14, 12). Alcuni poi, sono chiamati in modo più specifico a farsi interpreti della sua hesed, termine ebraico che significa: benevolenza, amore, fedeltà.

L'intercessore è colui che contribuisce a questo «chinarsi di Dio sull'uomo», continua Amabile Guzzo, e lo fa senza mai mostrare se stesso, ma indicando sempre Dio. Portare i sofferenti a Dio che consola è un modo di evangelizzare nel potere dello Spirito Santo con le modalità del buon Samaritano: incontrare, accogliere e accompagnare (cf Lc 10).

La preghiera comunitaria carismatica ha in sé una potenza liberante perché ci immerge nell'amore di Dio e il cuore ritrova una nuova gioia. Anche nei sacramenti si manifesta la hesed di Dio perché essi ci permettono di superare il peccato per mezzo del quale la sofferenza è entrata nel mondo.
Prima di concludere il suo intervento, Amabile Guzzo cita padre Matteo La Grua ricordando che Gesù guarisce pochi, libera alcuni, ma consola tutti. Questo tuttavia assume un significato salvifico solo se abbiamo davanti la dimensione della vita eterna.

A questo punto il simposio continua con la relazione di Tiziana Marusso, presidente dell'Associazione terapisti cattolici, che lei stessa definisce «il braccio sanitario della grande famiglia del Rinnovamento», la quale si occupa di persone che considera «non solo corpi da guarire ma anime da salvare» (Giuseppe Moscati). Recentemente il Papa ha definito gli operatori sanitari «riserve di amore per coloro che soffrono». La sofferenza è un'esperienza universale che in qualche modo tutti devono attraversare. Attorno alla sofferenza si giocano le domande di senso della nostra vita; essa può indurire il cuore e far perdere la fede, o può rappresentare l'occasione per incontrare il Dio di Gesù Cristo.

La dott.ssa Marusso mette in guardia dal rischio di banalizzare le risposte date a chi soffre. Questo potrebbe essere, anche da parte di chi fa questo per mestiere, un meccanismo di rimozione del dolore. Il relativismo dei nostri tempi, poi, ha creato una società che esorcizza la sofferenza e la morte, rendendo estremamente difficile riportare l'attenzione sulla centralità di ciò che conta.

La Marusso invita a distinguere il dolore dalla sofferenza: la sofferenza lascia un segno, non si limita al solo dolore che passa e si dimentica. Nell'accompagnamento è importante che lo sguardo sia rivolto alla persona, al fratello, al malato, al morente, piuttosto che alla sofferenza. Lo sguardo deve essere accompagnato dall'ascolto, un ascolto anche dei silenzi fatto con il cuore. Più il dolore è grande e più è silenzioso, e costruisce un muro di riservatezza che può essere sfondato solo con un paziente ascolto.

La sofferenza non va confusa con la malattia: ci sono sofferenze estreme vissute in ottima forma fisica. Il sofferente è una creatura che ha una ricettiva totale all'amore o al non amore. Ha questo magnifico dono di poter alzare lo sguardo al cielo, di "bucare" il cielo.

Anna Pugliese e Sandro Gallo

(04.11.2012)